G. Ricci. Sigmund Freud. La vita , le opere e il destino della psicanalisi

Pubblicato: 7 dicembre 2009 in Recensioni
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Le pietre, le parole e la psicoanalisi

Da poco uscito presso Mondadori, nella collana ‘Testi e Pretesti’, il volume di Giancarlo Ricci “Sigmund Freud. La vita , le opere e il destino della psicanalisi” è un pregevole strumento per chi si accosta per la prima volta al pensiero del fondatore della psicoanalisi: di agevole lettura, esso è corredato da una bibliografia ragionata, utilissima per l’approfondimento di specifici temi. Ma la lettura di questo libro può essere una buona bussola anche per chi già naviga nelle acque non sempre limpide della psicoanalisi contemporanea. Il racconto della genesi della ‘scoperta scientifica’ freudiana si intreccia con la storia e la cultura europea della fine del secolo, dando voce ai personaggi chiave che di quella cultura sono stati i protagonisti maggiori.

E la voce che si leva più alta, non soltanto metaforicamente, è quella di Freud. Non solo dello scienziato, o del conquistatore di quei territori impervi e remoti della psiche, fino ad allora calcati dai poeti o da pensatori isolati. Da queste pagine ci parla anche il Freud profondo umanista, portatore di un messaggio etico e ‘laico’, che oggi rieccheggia quanto mai attuale, per chi, nel grande frastuono di teorie vecchie e nuove, vi presta orecchio; e l’uomo Freud, coi suoi tentennamenti e scoramenti. La parola, oltre che testimonianza diretta, è anche il filo che attraversa la riflessione di Ricci, riannodando il pensiero del padre della psicoanalisi, tanto spesso frainteso e strumentalizzato, alla pratica clinica, così com’è, o dovrebbe essere, intesa ancor oggi. «Guardare e riguardare le stesse cose, fino a che cominciano a parlare da sé», era il consiglio che Charcot, uno dei primi maestri e ispiratori di Freud, dava ai suoi alunni della Salpêtrière a Parigi, tra cui il giovane medico,. «Saxa loquuntur!» – le pietre parlano! – così Freud aveva concluso l’esposizione della sua teoria in fieri ai membri della società dei medici viennesi, dopo aver paragonato il lavoro analitico all’opera di decifrazione che deve compiere un archeologo sulle «iscrizione confuse e illeggibili» delle lapidi di una città antica riportata alla luce. Magari l’esploratore è fortunato, ipotizza Freud, e le iscrizioni sono bilingue, sicché è possibile ricostruire un alfabeto e un lingua. E ancora, in anni più tardi, parlando del funzionamento della memoria, Freud ci spiega: «Si è conservata, sulla tavoletta di cera, la traccia permanente delle cose che erano state scritte e che, con un’illuminazione appropriata, ridiventano leggibili». Lavoro di osservazione paziente, dunque, lavoro di attenta lettura, ‘ascolto’, scavo, decifrazione, traduzione, ricomposizione di nessi, ricostruzione. La parola è lo strumento con cui opera lo psicoanalista col suo paziente: scalpello o cesello, solvente o unguento. «Parlando accade qualcosa» ci ricorda Ricci «la parola traduce, trasforma, trascrive, traspone, tradisce, opera, uccide (talvolta)». L’esito di un’analisi, questo lavoro di recupero, riformulazione, e riscrittura, non può essere però conosciuto a priori. Più un viaggio che un approdo. Che, se tutto va bene, si compie in due. In un altro suo originalissimo saggio (Le città di Freud, Jaca Book, 1995), Ricci sintetizzava così lo sforzo di Freud: «La sua opera assomiglia alla costruzione di un ponte. Ma esso non vi conduce da nessuna parte se non siete voi stessi a scorgere una meta e a progettare un itinerario».

Giancarlo Ricci, Sigmund Freud La vita, le opere e il destino della psicoanalisi, Bruno Mondatori, Milano, 1998. (Recensione apparsa sulla “Rivista Como” estate 1998)

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