Kafka – Lettera al padre

Pubblicato: 7 dicembre 2009 in Prefazioni
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L’UNIVERSO ASSOLUTO DELLA SCRITTURA

La Lettera al padre, una delle testimonianza più implacabili e insieme toccanti che la letteratura moderna ci ha offerto, racconta come un figlio ora adulto, riaprendo vecchie ferite infantili mai cicatrizzate e affondandovi le mani quasi a volervi attingere una misteriosa forza salvifica, tenti di spiegare a un padre che non potrebbe sentire come più alieno e distante le ragioni del fallimento del loro rapporto. Nella lettera, dove mentre smaschera il padre, trascinato per così dire sul banco degli imputati, il figlio mette a nudo se stesso, in una minuziosa auto ed eteroanalisi culminante nella lucida consapevolezza della comune impotenza, prendono vita i personaggi principali di quella che sembra una lotta ad armi impari, dove la sola presenza dell’uno provoca la scomparsa dell’altro,  come, giocoforza, il sorgere del sole fa sbiadire e occulta la luce lunare.

Metafora, quella del sole e della luna, che ben si attaglia anche alle caratteristiche fisiche e psicologiche del padre e del figlio: l’uno solido e robusto, sicuro di sé e sprezzante degli altri, operoso e concreto; l’altro gracile e mingherlino, timido e impaurito, gravato da un abissale senso di colpa che gli rende tormentoso il contatto con gli altri, sempre immerso in un suo “mondo sognante”. Un figlio, pare, reso precocemente e irrimediabilmente insicuro da un padre autoritario e severo, non consapevole del proprio potere sul bambino e ancor meno della sensibilità di questi, che lo rende terreno fin troppo fertile per l’azione minante dei suoi rimproveri.

   Fin qui tutto è semplice: il testo, pur nella sua crudezza, appare aperto a una comprensione lineare, e anzi sembra offrire un’illuminante chiave di lettura dell’opera narrativa kafkiana, popolata com’è di potenze oscure e tiranniche che non si manifestano mai apertamente, ma la cui azione non per questo risulta meno incisiva e mortifera e di individui “senza qualità”, smarriti in sé stessi come nel mondo che non offre riparo (il Processo). Un mondo dove la legge dei padri decreta la condanna a morte dei figli (la Condanna), dove, in quello che sembra il luogo più tranquillo e sicuro, la casa, il focolare domestico, si attuano le più orrende trasformazioni, senza che la vita della famiglia cessi di seguire il suo quotidiano tran tran (la Metamorfosi).

   Questo livello di lettura “realistica”, che assume la vicenda narrata come dato biografico reale, seppur filtrato dalla particolare sensibilità dello scrivente, va tuttavia superato se vogliamo avvicinarci alla comprensione del “linguaggio kafkiano”. A parte il fatto che Kakfa non consegnò mai la lettera al padre, egli stesso in una lettera, questa volta recapitata, del suo intensissimo carteggio con la fidanzata Felice, ci mette in guardia dal credere ingenuamente nell’oggettività della forma epistolare, nella coincidenza tra colui che scrive e il destinatario del messaggio da un lato e i loro corrispettivi in carne ed ossa: «La facilità di scrivere lettere deve aver portato nel mondo una spaventevole scompiglio delle anime. E’ infatti un contatto con i fantasmi, e non solo col fantasma del destinatario, ma anche col proprio, che si sviluppa tra le mani nella lettera che stiamo scrivendo […]. A una creatura umana distante si può pensare e si può afferrare una creatura umana vicina, tutto il resto sorpassa le forze umane». E allora, se speravamo di carpire al preteso dato autobiografico una prospettiva d’elezione per comprendere l’opera dello scrittore, vediamo così che sarebbe altrettanto sensato spiegare quello per mezzo di questa. E infatti scorrendo i diari, le confessioni, i quaderni, gli estesi epistolari di Kakfa, tutto sembra svolgersi sul filo di un’ambiguità, dove i margini dell’evento reale sfumano e si fanno indistinti, perché l’evento reale non è mai soltanto tale, ma sembra sempre pronto a spalancare finestre su altri universi ben più inquietanti. Forse è più appropriato vedere il rapporto tra opera e “confessione” autobiografica come un mondo di specchi che si rimandano continuamente i propri riflessi da due angolature diverse, a loro volta infinitamente sfaccettate, creando come un‘eco di mille sonorità che rimbalza continuamente senza trovare un luogo dove smorzarsi e infine chetarsi; vien fatto di pensare al messaggio dell’imperatore nel racconto La costruzione della muraglia cinese: il messaggero cerca di aprirsi un varco tra le innumerevoli stanze dei tanti palazzi imperiali, tra i cortili, gli scaloni, i portoni, ma non arriva mai a destinazione perché «ci sarebbe ancora tutta la città imperiale dinanzi a lui, il centro del mondo, in cui si addensa tutta la sua feccia».

   Questo messaggio che non giungerà mai a destinazione, come ingoiato dai fantasmi che il tentativo di raggiungere l’altro immediatamente evoca, vanificando la comunicazione, ci dice della lontananza di Kakfa dal mondo, della sua impossibilità, da lui dolorosamente percepita ed esplorata fino ai confini del dicibile, di vivere la vita come gli altri esseri umani. Vediamo così Kakfa considerarsi «spiritualmente incapace» di sposarsi, inadatto al matrimonio, che reputa «meta più alta che un uomo possa proporsi». Sempre nella Lettera al padre scrive: «Dal momento in cui decido di prender moglie, non riesco più a dormire, la testa mi brucia giorno e notte, non vivo più, vado in giro barcollante e disperato». E’ altrove ci spiega: «Necessario per vivere è soltanto rinunciare al godimento di sé: entrare nella casa, anziché ammirarla e incoronarla». Ma egli non può rinunciare a questo godimento, è costretto all’isolamento dello scrittore privo di legami, pena la follia, a sottomettersi a una vocazione che pure gli si profila come prigionia: «L’esistenza dello scrittore dipende realmente dalla scrivania, se vuol evitare la pazzia, non deve, a rigore, allontanarsi mai dalla scrivania, vi si deve attaccare coi denti».

   Scrittura, dunque, come unica possibile forma di esistenza, come scelta obbligata sancita dall’impossibilità di vivere, consapevolmente assunta, che è dialogo coi fantasmi, ma che, mentre nega il proprio valore di comunicazione con l’altro, è anche l’unico modo per rimanere in contatto con l’altro, agganciato alla vita. Ascoltiamolo ancora in un’altra lettera a Felice: «Il romanzo sono io, i miei racconti sono io, dove dunque vuoi che ci sia posto per la gelosia? Tutti i miei personaggi, quando ogni altra cosa è in ordine, non fanno che correre a braccetto verso di te, per servirti. Certo non mi staccherei dal romanzo neanche in tua presenza, sarebbe un guaio se potessi farlo, poiché solo scrivendo riesco a vivere, mi aggrappo alla barca dove stai tu, Felice. E’ abbastanza triste che non mi riesca di montarvi. Ma capirai, carissima Felice, che perderei te e tutto il resto se un giorno dovessi perdere la capacità di scrivere».

   La parola, dominio paterno, perché veicolo della trasmissione simbolica di conoscenza da padre a figlio, e se vogliamo, tornando per un attimo al livello “biografico”, qui anche bersaglio di una censura (a causa del padre «io disimparai a parlare»), sembra essersi trasformata nelle mani di quest’ultimo in uno strumento che, dubitando incessantemente di se stesso e della propria idoneità a comunicare, si fa sempre più acuminato, sottile ed essenziale, fino ad approdare a una sorta di verità in negativo, che sfiora continuamente il limite del paradossale, come in questo suo celebre aforisma: «la verità è indivisibile perciò non può riconoscersi da se stessa: chi vuol riconoscerla dev’essere menzogna».

 Prefazione  di F. Kafka Lettera al padre Demetra, Colognola ai Colli (VR), 1997.

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