Peter Nielsen – Pillole o parole?

Pubblicato: 7 dicembre 2009 in Recensioni
Tag:, , ,

 Pillole o parole?

«Le parole sono anagrammi, crittogrammi, piccole scatole fatte per covare farfalle» (H. D.).

Nell’attuale disputa tra i sostenitori di un approccio farmacologico alla sofferenza psichica e alla malattia mentale e i fautori di una terapia basata sulla parola, coi suoi echi sulla stampa nazionale che spesso producono fragore e confusione, salutiamo con piacere il nuovo saggio dello psichiatra e psicoanalista comasco Peter Nielsen Pillole o parole?, nel quale le diverse voci trovano una melodia composita e articolata entro cui dispiegarsi e farsi udire distintamente.

Un primo assaggio del contrappunto argomentativo dell’autore ce lo offre già il titolo: il punto di domanda, che sembra chiedere di schierarsi per l’una o l’altra delle due alternative, vuole contemporaneamente e soprattutto, come ci spiega l’autore nell’introduzione, portare l’attenzione del lettore sulla legittimità di questa domanda. La questione, con quell’‘o’ disgiuntivo, è mal posta. Meglio pillole e parole, dunque? Si e no. Certo, nel saggio sono riportate e ampiamente discusse le posizioni e le ragioni di chi, e sono ormai in molti, si dichiara favorevole a un approccio integrato e vengono indicati i possibili rischi dell’associazione farmaci-psicoterapia, nonché i vantaggi e gli svantaggi di affidare la cura a un unico specialista. Ma che cosa sono le pillole e che cosa sono le parole? E’ questa, crediamo, l’interrogazione di fondo che percorre lo scritto e lo rende risposta originale a un quesito che da sempre ha intrigato la mente dell’uomo. Con esemplificazioni di grande forza ed efficacia, ricorrendo al mito, all’etimologia, alla letteratura psicoanalitica e alla pratica clinica, Nielsen ci mostra come ‘farmaco’ e ‘parola’ non appartengano a due regni separati, il mondo del corpo e dell’anima, della materia e dello spirito o del fisico e del mentale, per dirla in termini più moderni. Il farmaco, infatti, non è solo un agente chimico che agisce sul corpo, inteso come materia inerte, ma anche un oggetto psicologico, poiché viene rivestito di significati reali e soprattutto fantastici, che lo possono trasformare, di volta in volta e a seconda dell’individuo che lo assume, in un nutrimento benefico, un prolungamento del terapeuta assente o un persecutore che rende schiavi e impotenti. Il farmaco, nella misura in cui è prescritto da un altro, il medico, può e dovrebbe essere, al pari del dialogo, un oggetto condiviso, di mediazione tra i due membri della coppia terapeuta-paziente, terreno di contrattazione e di scambio, ‘ponte relazionale’, La parola, ci dice Nielsen con Merleau-Ponty, porta i significati del pensiero, come l’ombra quelli del movimento e dello sforzo del corpo. Ma essa può anche essere muta, quando il linguaggio diviene tanto concreto da ridursi a un elenco di fatti e di sintomi che resiste a qualsiasi opera di significazione. Oppure svalutata, quando il parlare è improntato ad astrazioni e tecnicismi che rendono la comunicazione vaga ed ambigua, totalmente svincolata dall’esperienza affettiva della persona. O, ancora, talmente immaginifica e onirica da perdere ogni aggancio con la realtà. Come il farmaco, infatti, anche la parola deve essere assimilata, metabolizzata dalla mente del paziente (oltre che, ovviamente, da quella dello psicoanalista) per essere efficace e produrre quel mutamento che ci si aspetta da una psicoterapia. E anche il farmaco può stare al servizio della conservazione dell’esistente e non del cambiamento se ne viene fatto un uso automatico, irriflessivo, ‘autistico’, escluso dall’orbita della comunicazione e della condivisione. Di qui anche la necessità, per il paziente ma prima di tutto per il terapeuta, di interrogarsi sul proprio operare. «Quando un medico prescrive un farmaco prescrive se stesso». Come a dire che l’atto di prescrizione non è mai un atto neutrale. Nel corso di questo argomentare, di cui qui si è offerto qualche spunto allusivo, nella mente del lettore viene a poco a poco a cedere, come il titolo velatamente preannunciava, la contrapposizione tra i due termini. Arricchitisi delle molteplici sfaccettature che hanno raccolto lungo il cammino, grazie al frequente mutare dell’angolo di osservazione, i due concetti sfumano l’uno nell’altro e talvolta arrivano a coincidere o addirittura a scambiarsi di posto. Si ha così come l’impressione di entrare in una sorta di regno intermedio, come sospeso tra fisico e mentale, o tra sogno e realtà, se si preferisce. E’ un universo fluido, dove non esiste un senso ultimo e codificato una volta per tutte, ma resta sempre aperto il gioco della negoziazione dei significati. In ultima analisi possiamo affermare che è il ventaglio di associazioni, fantasie e significati consci e inconsci inerenti al gesto terapeutico, che sia farmaco o parola, frutto della capacità di simbolizzazione che è caratteristica distintiva dell’essere umano, che ‘deciderà’ se una pillola avrà l’effetto di una parola o una parola l’effetto di una pillola. Danila Moro Niels Peter Nielsen Pillole o parole? Relazione verbale e rapporto psicofarmacologico. Raffaello Cortina Editore, 1998, pagg. 269, Lit. 42.000. (Recensione apparsa sulla “Rivista Como” inverno 1998)

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...