Prefazione a una biografia di Freud che non ho mai finito di scrivere

Pubblicato: 8 dicembre 2009 in Prefazioni
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Nel Compendio del 1923 Freud stesso osserva che la psicoanalisi «non è balzata fuori dalla roccia, né è caduta dal cielo» ma si riallaccia a sollecitazioni e materiali che le preesistevano. L’indiscusso iniziatore di questa disciplina, il padre della psicoanalisi, non poteva che essere coscio dei lasciti dei propri contemporanei e predecessori. Pena la coerenza di quell’edificio, che pure è sua opera unica e creativa, che appunto si fonda su un sapere ‘archelogico’, che è scienza delle tracce (Spurenwissenschaft), per non cadere in una forse impossibile attribuzione a uno dei due poli ‘scienza dello spirito’ (Geisteswissenschaft) o ‘scienza della natura’ (Naturwissenschaf), secondo la distinzione compiuta da Dilthey, all’epoca della disputa sul Metodo.

L’inedito freudiano è l’oggetto di questa ‘nuova scienza’: i lapsus, i sogni, il remoto della prima infanzia, il corpo dell’isterica, i pensieri ossessivi, l’allucinazione, ciò che sfugge alla coscienza e alla sua attività normativa e normativizzante. Il cogito cartesiano viene messo in discussione, li pensiero non è più identificabile con l’essere. Il nostro essere si rivela con maggior forza di verità laddove ci viene meno la forza illuminante della ragione: nel sogno, nel mito, nella vita dei cosiddetti primitivi. La nozione di inconscio era già presente al pensiero filosofico; ma era ciò che limitava la spiegazione, il momento del venir meno della coscienza, le colonne d’Ercole che non si potevano superare, ciò che per sua natura risultava indicibile. Freud invece avoca a sé proprio quell’oggetto inconoscibile, l’inconscio, per farne campo, sistematico, d’investigazione. Non si può conoscere l’inconscio direttamente, ma Freud gli si avvicina per approssimazione, scorgendolo all’opera in tutti i fenomeni umani: nelle cadute di intenzionalità della ‘psicopatologia della vita quotidiana’ (per esempio quando dimentichiamo un appuntamento o non ricordiamo il nome di una persona che pure ben conosciamo), nell’assurdità di certe immagini oniriche (il sogno è ‘la via regia per l’inconscio’), nei rituali ossessivi dei nevrotici (per esempio una coazione a lavarsi continuamente le mani o a ripetere numeri in un medesimo ordine), nel complesso fenomeno dell’innamoramento e dell’amore e perfino nel gesto ‘altruistico’ di darsi o rischiare la morte, che sovverte l’umano istinto di sopravvivenza. Freud persegue e insegue l’inconscio in ogni dove, perché i suoi effetti sono appunto ubiquitari nella vita dell’uomo. Ne spia i segni, ne cerca di tradurre i segnali, in una sorta di ‘causalità semiologia’ come ricerca di un senso latente nei fenomeni, convinto che nulla sia privo di significato. 

Dopo la rivoluzione copernicana, che spodesta la terra dal suo trono al centro dell’universo, dopo Darwin, che ha aperto gli occhi dell’umanità sui suoi antenati antropoidi, Freud ci dice che ‘l’uomo non è nemmeno padrone in casa propria’. L’Io perde la sua unitarietà e pure l’attributo dell’essere cosciente: è solo una parte di quell’’apparato psichico’ che lo include e lo trascende. Ma fondamentale resta la funzione attribuita all’Io: quella di mediare tra istanze ed esigenze contrapposte, tra bisogni antichi e istanze morali, tra realtà e fantasia. E’ un lavoro di civiltà (Kulturarbeit), quello della psicoanalisi, che Freud paragono alla bonifica di un territorio paludoso.

C’è del vero nel considerare Freud un grande eroe solitario. Perché, se non dal nulla, la psicoanalisi è uscita dalla testa (e insieme, dovremmo dire, dall’inconscio) di un solo uomo, in un itinerario dove teoria e ricerca su di sé, speculazione astratta e autoanalisi hanno sempre proceduto affiancandosi e intersecandosi.

Già dagli albori della sua attività di ricercatore e istologo, egli privilegia l’osservazione all’esperimento. Fa proprio il ‘monito’ di uno dei suoi maestri, Charcot: «Guardare e riguardare le stesse cose, fino a che cominciano a parlare da sé». E lo porta alle estreme conseguenze: l’osservazione del reperto istologico, passando per quella del corpo dell’isterica, e per l’osservazione e l’ascolto di sé, si farà infine ascolto puro: dall’occhio all’orecchio. Con quell’‘attenzione liberamente fluttuante’, quel porsi ‘senza memoria e senza desiderio’ che Freud indica come l’atteggiamento analitico per antonomasia. L’analista, poi ricompone e articola ciò che ascolta. Anche questo un lavoro di civiltà.

Se le scienze della natura spiegano e giungono a leggi universali e quantificabili e quelle dello spirito comprendono e si rivolgono a fatti singolari facendo ricordo al metodo storiografico, la scienza freudiana è sia l’una che l’altra. Freud, con la sua attenzione al fatto singolo, all’individuo e alla sua peculiare storia di vita è certamente un umanista. Ma la sessualità infantile, il Super-Io, il complesso di Edipo, la rimozione, tanto per citare alcuni concetti chiave del freudismo, sono da lui considerati universali. La psicoanalisi, forse, è più correttamente definibile come un’antropologia filosofica. Sentiamo ancora Freud, : «Dopo quarant’anni di attività medica, la conoscenza che ho di me stesso mi dice che non sono stato mai propriamente un medico […] Negli anni della giovinezza divenne predominante in me capire qualcosa degli enigmi del mondo che ci circonda e di contribuire magari in qualche modo a risolverli» (Il problema dell’analisi condotta da non medici, Postscritto, 1927). E nell’Autobiografia (1924): «Così, dunque, se mi volgo indietro e guardo al lavoro che ho svolto fin qui, posso dire di aver iniziato molte cose e di aver fornito lo spunto per altre […] Mi sia consentito però esprimere la speranza di aver aperto la strada a un importante progresso nelle nostre conoscenze». Vediamo qui all’opera anche quella consapevolezza della propria grandezza che si accompagnava sempre all’umiltà di chi ricerca una verità ‘autentica’: «Nessun critico può vedere meglio di me la sproporzione che esiste tra i problemi e le mie risposte ad essi, e sarà una giusta punizione per me che nessuna della regioni inesplorate della vita psichica, nelle quali io, primo dei mortali, ho posto piede, riceva il mio nome o si sottometta alle mie leggi» (lettera a Fliess 7 maggio 1990). In questo sta anche la grandezza di Freud: potremmo dire nel sentirsi strumento, mezzo, per la scoperta di ‘leggi’ che non solo le proprie, ma quelle di un’alterità, quella ‘natura’ in cui tutti siamo immersi.

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