Archivio per la categoria ‘Miei scritti’

Nel Compendio del 1923 Freud stesso osserva che la psicoanalisi «non è balzata fuori dalla roccia, né è caduta dal cielo» ma si riallaccia a sollecitazioni e materiali che le preesistevano. L’indiscusso iniziatore di questa disciplina, il padre della psicoanalisi, non poteva che essere coscio dei lasciti dei propri contemporanei e predecessori. Pena la coerenza di quell’edificio, che pure è sua opera unica e creativa, che appunto si fonda su un sapere ‘archelogico’, che è scienza delle tracce (Spurenwissenschaft), per non cadere in una forse impossibile attribuzione a uno dei due poli ‘scienza dello spirito’ (Geisteswissenschaft) o ‘scienza della natura’ (Naturwissenschaf), secondo la distinzione compiuta da Dilthey, all’epoca della disputa sul Metodo.

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Le pietre, le parole e la psicoanalisi

Da poco uscito presso Mondadori, nella collana ‘Testi e Pretesti’, il volume di Giancarlo Ricci “Sigmund Freud. La vita , le opere e il destino della psicanalisi” è un pregevole strumento per chi si accosta per la prima volta al pensiero del fondatore della psicoanalisi: di agevole lettura, esso è corredato da una bibliografia ragionata, utilissima per l’approfondimento di specifici temi. Ma la lettura di questo libro può essere una buona bussola anche per chi già naviga nelle acque non sempre limpide della psicoanalisi contemporanea. Il racconto della genesi della ‘scoperta scientifica’ freudiana si intreccia con la storia e la cultura europea della fine del secolo, dando voce ai personaggi chiave che di quella cultura sono stati i protagonisti maggiori.

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 Pillole o parole?

«Le parole sono anagrammi, crittogrammi, piccole scatole fatte per covare farfalle» (H. D.).

Nell’attuale disputa tra i sostenitori di un approccio farmacologico alla sofferenza psichica e alla malattia mentale e i fautori di una terapia basata sulla parola, coi suoi echi sulla stampa nazionale che spesso producono fragore e confusione, salutiamo con piacere il nuovo saggio dello psichiatra e psicoanalista comasco Peter Nielsen Pillole o parole?, nel quale le diverse voci trovano una melodia composita e articolata entro cui dispiegarsi e farsi udire distintamente.

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Racconti di Rilke

Pubblicato: 7 dicembre 2009 in Prefazioni
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Le metamorfosi dell’anima del poeta

In una lettera all’amica Lou Andrea Salomé del loro ricchissimo epistolario, Rilke scrive: «Io sono come il piccolo anemone che ho visto una volta a Roma nel giardino, si era talmente aperto durante il giorno che non riusciva più a chiudersi per la notte. Fu terribile vederlo sul prato oscuro, spalancato, come continuava ad assorbire nel calice quasi follemente lacerato, e sopra di lui la notte eccessiva che non trovava fine».

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L’UNIVERSO ASSOLUTO DELLA SCRITTURA

La Lettera al padre, una delle testimonianza più implacabili e insieme toccanti che la letteratura moderna ci ha offerto, racconta come un figlio ora adulto, riaprendo vecchie ferite infantili mai cicatrizzate e affondandovi le mani quasi a volervi attingere una misteriosa forza salvifica, tenti di spiegare a un padre che non potrebbe sentire come più alieno e distante le ragioni del fallimento del loro rapporto. Nella lettera, dove mentre smaschera il padre, trascinato per così dire sul banco degli imputati, il figlio mette a nudo se stesso, in una minuziosa auto ed eteroanalisi culminante nella lucida consapevolezza della comune impotenza, prendono vita i personaggi principali di quella che sembra una lotta ad armi impari, dove la sola presenza dell’uno provoca la scomparsa dell’altro,  come, giocoforza, il sorgere del sole fa sbiadire e occulta la luce lunare.

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